Teoria dei giochi

Gioco n. 1

The Operational and Management Dilemma

Due malviventi vengono arrestati per alcuni crimini (che hanno ovviamente commesso).
Essi vengono portati ognuno in una stanza.
Essi non hanno possibilità di comunicare tra loro.
Ad ognuno di essi viene fatta la seguente proposta:

“Se confessi e l’altro non confessa, tu ti becchi 0 anni e l’altro 7.
Se confessi e l’altro confessa, vi beccate entrambi 6 anni.
Se non confessi e l’altro non confessa, vi beccate entrambi 1 anno.
Se non confessi e l’altro confessa, tu ti becchi 7 anni e l’altro 0 anni.”

Cosa sceglieresti, se tu fossi uno dei prigionieri? Perché?

 

Cosa è il gioco n. 1

“Equilibrio, Ottimo e Strategia”
Per comprendere meglio il simpatico giochetto occorre inanzitutto capire alcune cose.

La strategia, in un gioco, è la direzione che il giocatore intende prendere.
Nel caso dei prigionieri, le due strategie erano “Confessa” e “Non confessa“. Le strategie, messe a paragone, sembrebbero equivalenti (della serie: una vale l’altra).
In realtà non è cosi, poiché la strategia “non confessa” è meno vantaggiosa per il singolo giocatore rispetto a quella del “confessa” (si dice in questo caso che una strategia domina sull’altra).

L’equilibrio di Nash (Si, proprio John Nash) è quella situazione in cui tutte le strategie dominanti dei giocatori raggiungono l’equilibrio. In caso di equilibrio, infatti, non conviene mai cambiare strategia per raggiungere un risultato migliore, a meno che non lo facciano anche gli altri (e perdendo così l’equilibrio).
Nel caso dei prigionieri, togliendo la strategia dominata (non confessa), risulta che l’equilibrio di Nash è “CONFESSA-CONFESSA” (6 anni di carcere l’uno).

L’ottimo Paretiano (teorizzato da Vilfredo Pareto) rappresenta la condizione a più alto vantaggio per tutti.
Nel caso dei prigionieri, l’ottimo è raggiunto quando “NON CONFESSA-NON CONFESSA” (1 anno di carcere l’uno).

Il fatto che l’Ottimo e l’equilibrio NON coincidano in questo gioco è ciò che ha affascinato gli studiosi per decenni.
Non esiste infatti una soluzione perfettamente logica che porti il massimo vantaggio per tutti. Esiste solo una soluzione che può portare un minimo vantaggio per tutti solo se adottata da tutti i giocatori. Il classico “minore dei due mali”.

Il dilemma del prigioniero trova parecchie analogie con la corsa agli armamenti di Russia e Stati Uniti durante la guerra fredda.
Nonostante il disarmo di entrambi fosse la soluzione in assoluto migliore (DISARMA-DISARMA), l’unica equilibrio raggiunto è consistito nell’ aumentare entrambi gli armamenti (ARMA-ARMA).

L’applicazione di queste teorie dei giochi alle vicende umane merita senza dubbio di essere approfondito. Non è l’unico gioco, come avrete potuto intuire, che intendo proporvi.

 

Link Utili:

http://en.wikipedia.org/wiki/Prisoner%27s_dilemma

http://en.wikipedia.org/wiki/Game_theory

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My Own Life – Oliver Sacks e la scoperta di avere un cancro terminale

Premessa: Il testo sotto riportato è una traduzione in italiano di un articolo apparso sul New York Times giorno 19/02/2015.
Potete visualizzare l’originale in inglese qui.
L’autore dell’articolo è lo stesso Sacks, che ammiro e ringrazio per le bellissime parole.
Ho pensato potesse risultare interessante anche per gli italiani non anglofoni.
Perdonatemi per eventuali errori di traduzione, non sono un traduttore professionista. Se notate imperfezioni sarò lieto di ricevere i vostri commenti qualora vogliate.

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Un mese fa, sentivo di essere in buona, perfino ottima salute. All’età di 81 anni, percorro ancora un miglio a nuoto ogni giorno.
Tuttavia, la mia fortuna è terminata – qualche settimana fa ho scoperto di avere metastasi multiple al fegato.
Nove anni fa scoprii di avere un raro tumore dell’occhio, un melanoma oculare. Anche se le radiazioni e la terapia laser per rimuovere il tumore alla fine mi abbiano reso cieco da un occhio, la possibilità che questo tipo di tumore metastatizzi è limitata a pochi e rari casi. Io faccio parte di quello sfortunato 2 per cento.

Mi sento riconoscente per aver lavorato 9 anni in buona salute fin dal giorno della prima diagnosi, ma ora mi ritrovo faccia a faccia con la morte. Il cancro occupa un terzo del mio fegato, e nonostante la sua crescita possa essere rallentata, questo particolare tipo di cancro non può essere fermato.

E’ arrivato il momento per me di scegliere come vivere i mesi che mi rimangono. Dovrò vivere nel più ricco, profondo e produttivo dei modi possibile. Per fare ciò mi sento incoraggiato dalle parole di uno dei miei filosofi preferiti, David Hume, che ha scritto, dopo aver scoperto di essere fatalmente malato all’età di 65 anni, una piccola autobiografia in un sol giorno nell’aprile del 1776. La intitolò “My Own Life” (La mia stessa vita).

“Faccio ora i conti con una rapida dissoluzione” ha scritto. “Ho sofferto molto poco per la mia malattia; E ciò che è più strano, nonostante il gran declino della mia persona, non ho mai sofferto per un momento l’abbattimento del mio spirito. Posseggo lo stesso ardore di sempre nello studio, la stessa allegria nella compagnia.”

Sono stato abbastanza fortunato nel vivere oltre gli ottant’anni, e i 15 anni in più rispetto a Hume li ho trascorsi con eguale ricchezza in amore e nel lavoro. (…and the 15 years allotted to me beyond Hume’s three score and five have been equally rich in work and love).

Durante questo tempo, ho pubblicato 5 libri e completato un’autobiografia (decisamente più lunga delle poche pagine di Hume) che sarà pubblicata in primavera; Ho altri numerosi libri quasi giunti al termine.

Continua Hume, “Io sono… un uomo dal carattere mite, dotato di tempra e controllo, di humor socievole, aperto e allegro, capace di provare affetto, anche se leggermente soggetto a ostilità, e dotato di grandi capacità di moderazione in tutto ciò di cui mi appassiono”.

Qui mi distacco da Hume. Nonostante io abbia vissuto relazioni e amicizie adorabili senza nessuna vera ostilità, non posso affermare (o permettere a chiunque mi conosca di farlo) di essere un uomo dal carattere mite. Al contrario, sono un uomo dal carattere impetuoso, con violento entusiasmo e estrema mancanza di moderazione in tutte le mie passioni.

E ancora, c’è una frase, sempre tratta dalle parole di Hume, squisitamente vera che mi colpisce: “E’ difficile” disse, “riuscire a rimanere distaccato nei confronti della vita più di quanto lo sia adesso”.

Nel corso degli ultimi giorni, Ho avuto la possibilità di vedere la mia vita dall’alto, come una sorta di paesaggio lontano, avvertendo un profondo senso di legame con ognuno dei suoi aspetti. Questo non significa che ho finito di vivere.

Al contrario, mi sento intensamente vivo, e voglio e spero di approfondire le mie amicizie nel tempo che mi rimane, di dire addio a tutti coloro che amo, di scrivere ancora, di viaggiare se ne ho la forza, di raggiungere ulteriori livelli di consapevolezza e conoscenza.

Questo confluirà nell’audacia, nella chiarezza e schiettezza del parlare; cercando di tirare le somme con il mondo. Ma ci sarà anche tempo per il divertimento (e anche qualche stupidaggine).

Avverto improvvisamente lucidità e una chiara prospettiva. Non c’è tempo per nulla che sia inessenziale. Devo focalizzarmi su me stesso, il mio lavoro e i miei amici. Non leggerò più il “NewsHour” ogni notte. Non presterò più attenzione ai politici o ai dibattiti riguardo il riscaldamento globale.

Non si tratta di indifferenza bensì di distacco – Mi interessano ancora profondamente la questione del Medio Oriente, il riscaldamento globale, le ineguaglianze, ma queste cose non mi riguardano più; appartengono al futuro. Gioisco quando incontro giovani talentuosi – compresi quelli che mi hanno fatto la biopsia e diagnosticato le metastasi. Sento che il futuro è in buone mani.

Sono stato sempre più consapevole, negli ultimi dieci anni almeno, della morte dei miei contemporanei. La mia generazione è quasi giunta al termine, e ho avvertito ogni morte come uno strappo, una porzione di me stesso che se ne andava. Non ci sarà nessuno come noi quando smetteremo di esistere, e di fatto non ci sarà mai qualcuno uguale a qualcun altro. Quando le persone muoiono, non possono essere sostituite. Esse lasciano buchi che non possono essere riempiti, per via del destino – genetico e neurale destino – di ogni essere umano di essere un individuo unico, che trova la propria strada, che vive la sua stessa vita, che affronta la sua stessa e personale morte.

Non posso fare finta di non aver paura. Ma il mio sentimento predominante è la gratitudine. Ho amato e sono stato amato; Ho dato e mi è stato dato qualcosa; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Ho avuto un rapporto col mondo, quel speciale rapporto che hanno gli scrittori e i lettori.

Soprattutto, sono stato un essere senziente, un animale pensante in questo meraviglioso pianeta, ed è stato un enorme privilegio e una enorme avventura.

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Perchè la nostra generazione è infelice

Questo articolo del blog waitbutwhy.com non è scritto da me. Io l’ho solamente tradotto.
Mi sembrava interessante renderlo disponibile ad un pubblico di lettori non anglofoni.

 

 

Dì ciao a Lucy.

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Lucy fa parte della Generazione Y, la generazione nata nel periodo compreso tra il fine anni ’70 e la metà degli anni ’90. Fa anche parte della cultura yuppie che costituisce una larga parte della Generazione Y (Gen Y).

(nota del traduttore: Per approfondire, leggi a proposito degli yuppie qui)

Mi piace descrivere gli yuppie della Gen Y con un acronimo — Li chiamo “Gen Y protagonists & special Yuppies”, o GYPSY. Un GYPSY è un sottotipo di yuppie, che pensa di essere il protagonista di una storia molto speciale.

Dunque, Lucy sta vivendo la sua vita GYPSY ed è molto rincuorata per il fatto di essere Lucy. L’unico problema al riguardo è il seguente:

Lucy è infelice.

Per comprendere il perchè di ciò, dobbiamo inanzitutto definire e comprendere cosa renda felice o infelice un individuo. Deriva tutto da una semplice formula.

2013-09-15-Geny2.jpg[FELICITÀ= REALTÀ – ASPETTATIVE]

E’ tutto piuttosto lineare — quando la realtà della vita di un individuo supera le sue aspettative, egli è felice. Quando al contrario risulta inferiore alle aspettative, egli è infelice.

Per ritornare al contesto di cui accennavo, introduciamo nel discorso i genitori di Lucy:

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I genitori di Lucy sono nati negli anni 50. Loro sono i cosiddetti “baby boomer” (n.d.t.: per approfondire qui). Furono cresciuti dai nonni di Lucy, membri della “Grande Generazione”, che è cresciuta durante la Grande Depressione è che ha combattuto la Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto non sono assolutamente da definire GYPSY.

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[femminuccie]

I nonni di Lucy erano ossessionati dalla sicurezza economica e accudirono i loro figli insegnando loro i valori della sicurezza nel lavoro, della praticità. Volevano che i propri figli facessero crescere un prato molto più verde e rigoglioso di quello che avevano coltivato loro. Dunque i genitori di Lucy sono cresciuti con la prospettiva di ricercare una prospera e stabile carriera. Qualcosa di simile a questo:

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Gli fu insegnato che niente e nulla poteva fermare il loro progredire professionale, ma al tempo stesso appresero che servivano anni di duro lavoro affinchè il prato rigoglioso potesse essere realizzato.

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[Grafico raffigurante la soddisfazione lavorativa dei baby boomers in funzione degli anni]

Dopo aver vissuto il periodo hippie (che è diverso da Yuppie), i genitori di Lucy intrapresero le loro carriere. Nel periodo a cavallo tra ’70, ’80 e ’90, il mondo ha vissuto una prosperità economica mai vista prima. I genitori di Lucy fecero anche meglio di quanto si aspettavano. Questo li rese gratificati ed ottimisti.

Ciò determinò nei GYPSY una enorme fiducia e speranza per il futuro, al punto che gli obiettivi raggiunti dai genitori riguardo sicurezza economica e prosperità sembravano oltremodo obsoleti. Un prato rigoglioso, per i GYPSY, doveva avere anche i fiori.

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Questo aspetto ci svela un primo ed importante aspetto dei GYPSY:

I GYPSY sono selvaggiamente ambiziosi.

 

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[Penso che potrei diventare Presidente, ma è davvero la politica la mia vera vocazione? No… sarebbe una soluzione troppo definitiva]

I GYPSY hanno bisogno di molto più che un bel giardino di sicurezza e prosperità. Il fatto è che un prato verde e rigoglioso non è adeguatamente eccezionale o sufficientemente unico per un GYPSY. Mentre per i Baby Boomer esisteva il Sogno Americano, i GYPSY desiderano vivere il loro sogno personale.

Cal Newport, in un suo articolo, fa notare che il trending di popolarità della frase “follow your passion” (segui le tue passioni) è aumentato negli ultimi 20 anni, come potete vedere da questo grafico su Google Ngram viewer, uno strumento che mostra quanto sia presente una certa frase nei testi scritti in un ben delineato periodo di tempo.
Lo stesso Ngram viewer mostra che la frase  “a secure career” (una carriera sicura) è andata fuori moda, mentre la frase “a fullfilling career” (una carriera stimolante) è divenuta molto popolare.

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Giusto per esser chiari, i GYPSY vogliono la prosperità economica esattamente come l’hanno voluta i loro genitori — semplicemente essi vogliono anche essere soddisfatti dalla propria carriera in un modo che i loro genitori non hanno neanche preso in considerazione.

Ma accade anche qualcos’altro. Mentre le ambizioni e gli obiettivi di carriera della Gen Y sono diventati sempre più alti ed esigenti, Lucy ha ricevuto anche un secondo messaggio, durante la sua infanzia:

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[tu sei speciale]

Questo suggerisce un secondo aspetto dei GYPSY:

I GYPSY vivono di illusioni.

Lucy si è convinta che “sicuramente tutti vorranno ottenere un futuro soddisfacente, ma io sono particolarmente brillante e, di fatto, la mia vita e la mia carriera saranno ancor più luminose di quelle degli altri”.
Cosi, in un mondo dove tutti sognano il prato rigoglioso coi fiori, ogni singolo GYPSY pensa di essere destinato a qualcosa di ancora più grande —

Un unicorno scintillante al di sopra del prato fiorito.

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[confronto tra aspettative di carriera di Lucy con quella degli altri]

 

Ma perchè si definisce illusione? Perchè questo è quello che tutti i GYPSY pensano, il chè contraddice la definizione stessa di speciale:

spe-cia-le | ‘spe’ʧale |
aggettivo
Relativo ad una specie. Singolare, diverso.

 

Considerata questa definizione, che sul piano emotivo per i GYPSY ha valore di “migliore”, il resto della gente non è da considerarsi speciale — altrimenti “speciale” non vorrebbe dire nulla.

Anche adesso, i lettori GYPSY stanno pensando, “Interessante… ma in realtà io faccio realmente parte di questi pochi speciali” — è qui sta il problema.

Una seconda illusione entra in gioco una volta che i GYPSY entrano nel mercato del lavoro. Mentre i genitori di Lucy erano convinti che tanti anni di duro lavoro e sacrifici avrebbero determinato un successo professionale, Lucy considera il successo di carriera come un fatto dovuto, dato che si tratta di una persona eccezionalmente particolare come lei. Per lei è solo una questione di tempo e di scegliere quale direzione prendere. Le sue aspettative pre-lavorative dunque somigliano ad una cosa del genere:

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[“Aspettiamo che il mondo veda quanto meravigliosa io sia”]

Sfortunatamente, la cosa buffa riguardo la realtà è che essa si rivela essere non cosi semplice. Il fatto strano riguardo la carriera lavorativa è che si rivela essera decisamente difficile e complicata. Grandi successi hanno bisogno di anni di sangue, sudore e lacrime per essere raggiunti — inclusi quelli che non prevedono fiori e unicorni — ed anche le persone di maggior successo difficilmente stanno combinando/hanno combinato qualcosa di grande nel periodo dei loro primi 20-30 anni di vita.

Ma i GYPSY semplicemente non accettano questo fatto.

Paul Harvey, un professore della University of New Hampshire ed esperto dei GYPSY, nel corso di una sua ricerca, e ha affermato che la Gen Y ha “irrealistiche aspettative e si mostrano restii ad accettare dei feedback negativi al riguardo,” e “una inflazionata visione di se stessi.” Harvey dice che “le aspettative non corrisposte, in persone con forte autostima ed autoreferenzialità, sono una grande fonte di frustrazione. Essi fanno riferimento a dei livelli di rispetto e considerazione che non sono in linea con le loro effettive abilità e sacrifici, dunque è probabile che non raggiungano quei premi e riguardi che si aspettano.”

A quelli che assumono nelle proprie aziende dei membri della Gen Y, Harvey suggerisce di fare una domanda durante il colloquio, “Ti senti in genere superiore ai tuoi colleghi/compagni di corso/etc.., e se sì, come mai?” Egli dice che “se il candidato risponde di sì alla prima parte ma rimane interdetto sul ‘perchè’, possibilmente c’è un tendenza all’autoreferenzialità. Questo è dovuto al fatto che le percezioni autoreferenziali sono di solito basate su un senso di superiorità e di merito infondato. Gli han lasciato credere, attraverso esercizi di costruzione di autostima eccessivi durante l’adolescenza, di essere in qualche modo speciali ma allo stesso tempo senza includere una giusta motivazione a questa credenza.”

E siccome il mondo reale (con le dovute eccezioni) considera anzitutto il merito, durante gli anni di college Lucy si trova a vivere questa situazione:

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[Le aspettative di Lucy non corrispondono alla realtà]

L’estrema ambizione di Lucy, accompagnata da un’arroganza che deriva dalle illusioni provocate dall’eccessiva autoreferenzialità, l’ha costretta a vivere il periodo degli studi con una enorme aspettativa. E la realtà, messa a paragone con le sue aspettative, fa risultare l’equazione [felicità= realtà – aspettative] con un valore negativo.

E va sempre peggio. Oltre a questo, i GYPSY hanno un altro problema che si applica a tutto il resto della generazione Y:

I GYPSY si sentono presi in giro e ridicolizzati.

Sicuramente, alcuni coetanei dei genitori di Lucy hanno avuto più successo di quanto essi abbiano avuto. Anche se nel corso degli anni in famiglia di Lucy si parlava della vita di altre persone, per la maggior parte dei casi loro non sapevano realmente che cosa ne fosse stato di tante e tante persone con le loro rispettive carriere.

Lucy, al contrario, si trova costantemente ridicolizzata e rinfacciata da un fenomeno contemporaneo: Facebook Image Crafting (Le vite degli altri raccontate su facebook).

I social network creano un mondo per Lucy dove:

A) Qualsiasi cosa stiano facendo gli altri la fanno alla luce del giorno.
B) la maggiorparte delle persone presenta una inflazionata versione della propria esistenza.
C) Le persone che sottolineano aspetti della loro vita e del loro lavoro sono di fatto quelli a cui il lavoro (o le relazioni) sta procedendo alla grande.

Tutto ciò lascia supporre a Lucy, erroneamente, che tutti quanti stiano facendo grandi progressi, lasciando a lei ulteriore commiserazione:

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[il giardino dei vicini è più alto e più verde]

Ecco il motivo per cui Lucy è infelice, o al limite, un pò frustrata e inadeguata. Infatti, probabilmente la sua carriera può anche essere partita bene, ma su di lei è comunque calato un senso di delusione ed amarezza.

Alcuni consigli per Lucy:

1) Rimani selvaggiamente ambiziosa. Il mondo contemporaneo è pieno di opportunità per cogliere fiori e soddisfazioni. La direzione da prendere può non sempre essere chiara, ma si andrà delineando col tempo — l’importante è buttarsi a capofitto su qualcosa.

2) Basta col pensare di essere speciali. Perchè, di fatto, non sei speciale. Tu sei come tutte le altre giovani persone senza esperienza che non hanno molto da offrire. Potrai diventare davvero speciale quando lavorerai duramente per tanto tempo.

3) Ignora tutti gli altri. Il giardino dei vicini che sembra sempre più verde, è roba vecchia. Eppure nel mondo virtuale cui siamo abituati, il giardino dei vicini sembra un parco glorioso ed immenso. La verità è che tutti gli altri sono indecisi, dubbiosi e frustrati quanto te. Se tu porti a termine i tuoi obiettivi, non avrai altre ragioni per invidiare gli altri.

 

fonte: http://www.waitbutwhy.com/2013/09/why-generation-y-yuppies-are-unhappy.html

Passeggiando al policlinico

La mente umana.
Mi verrebbe voglia di spaccarmi la testa su di un libro gridando “io ti controllerò, prima o poi”. Lo farei primo perchè sono alla costante ricerca di metodi per far entrare i libri in testa senza sforzo, secondo perchè avrei bisogno di controllare tutto il resto.

Passeggiavo diretto verso l’università. Al bivio pensai quale strada fosse più conveniente, in termini di tempo e di noia.
Le alternative erano due: Strada del Civico e strada del Policlinico.

Strada del Civico: Noiosa ma più breve. Bisogna attraversare meno strade. Picchia il sole più forte a causa dei pochi alberi dove ripararsi.

Strada del Policlinico: meno noiosa ma più lunga. Più strade e il resto ci arrivate da soli se ragionate per opposizione al primo percorso.

Vi dirò come mai scelsi la strada del policlinico.
In questi ultimi mesi girano notizie su aggressioni abituali nei viali dell’ospedale, da parte di due loschi figuri. Gli studenti erano e sono tuttora spaventati e la probabilità di essere fermato nella totale solitudine del luogo alle 3 di pomeriggio mi incuriosiva e mi intimoriva allo stesso tempo.

L’animo subiva quel giorno un pericoloso periodo di spossamento e frustrazione. Decisi dunque di voler rendere la mattinata più “interessante” sfidando la sorte.

Durante il tragitto mi feci forza della stazza e delle pochissime nozioni di autodifesa insegnatemi da alcuni amici. Mi feci carico del rischio che correvo con 30 euro nel portafoglio e un Iphone nelle tasche.

Mi guardavo intorno con cinematografica sicurezza. Ero cosi preso dai nervi che avrei sicuramente fatto la cazzata. Avrei, nella più negativa delle possibilità, risposto al fuoco nemico con una controffensiva esagerata. Avevo le mani che prudevano, terribilmente.

Avevo voglia di reagire e di darmi una scossa. Sentivo la necessità di sgranchire i muscoli ormai da troppo tempo inutilizzati. Avevo pronte in testa mia almeno 5 differenti situazioni in cui me la sarei potuta cavare.
Non saprei dirvi perchè questi sentimenti, perchè questo malessere.

Eppure ci sono delle giornate dove il bisogno di cambiare, stravolgere la noiosa routine, modificare i ritmi della mente, mi portano a considerare ipotesi che solo un soldato scelto dei marines sarebbe portato a fare.

Eppure ne ero convinto: Stamane darò una bella lezione a questi brutti ceffi.
Neanche ebbi il tempo di concludere la frase nella testa.

Anche se effettivamente trovo difficile si possa parlare di “tempo” mentre si pensa ad una frase. La frase è li nella tua testa, appare tutta assieme, non viene metabolizzata in un tempo espresso in secondi come siamo abituati ad immaginare. Magari perdi 0,5 secondi per esprimerla a parole, ma in testa essa è completa e si manifesta istantaneamente.

Ma vi dico e ripeto, neanche ebbi il tempo di concludere la frase nella testa che subito apparvero all’angolo tre brutti ceffi. Erano tre, cazzo.

Già il numero spiazzava le mie previsioni. Uno è fattibile, due sono rischiosi ma prevedibili. Tre sono oltre la mia portata.

Avevano le caratteristiche tipiche dei rissosi uomini pocodibuono e camminavano verso di me.
Subito avvertivo la sensazione di smarrimento.
Notavo il defluire della circolazione sanguigna verso la periferia del mio corpo. Il cosiddetto “fight or fly”. La natura reagisce al pericolo innescando meccanismi che ti portano a combattere o scappare, aumentando la portata sanguigna agli arti inferiori e superiori.

I tre personaggi mi passarono accanto senza neanche degnarmi di uno sguardo, impegnati nella loro conversazione.

Fanculo.
Mi sono dimostrato ancora una volta impreparato nonostante avessi preso tutte le precauzioni psicologiche. Avevo previsto tutti i diversi scenari possibili e avevo fallito miseramente.
Avevo esercitato il controllo emotivo e avevo cercato frasi ad effetto con cui stordire gli aggressori.
Frasi come “ehi voi due, non eravate in cella qualche giorno fa?”.
Oppure “Ah si, voi due. In realtà vi aspettavo.”
O ancora “Vi dico fin da ora che non intendo darvi un centesimo, non azzardatevi a toccarmi.”

Loro erano tre, tre fottute persone. Con tre è battaglia persa. Ero spiazzato anche verbalmente. Tutto era andato a puttane, almeno in testa mia.

Quando anche io girai l’angolo, mi sentii davvero patetico. Quante volte ho manifestato sicurezza e conoscenze di cui in realtà non disponevo affatto? Forse troppe.

Mi verrebbe voglia di spaccarmi la testa su di un libro, anzi su di un cornicione, gridando “io ti controllerò, prima o poi”.

Il prossimo vizio

Andiamo con ordine.

Una sera piuttosto noiosa decido di fare il grande passo. Lo step che mi separa da una illusoria finzione per condurmi alla ben più lampante realtà.
La voglia di fumare è tanta e parallelamente sento il bisogno di essere attratto da qualche vizio. Un piccolo letale vizio che potesse in qualche modo concedermi attimi di riflessione, spunti di personalità e sbalzi di carattere.
Decido dunque di comprare il mio pacchetto di drum, evitando accuratamente di considerarlo il primo ed ultimo, oppure il primo di tanti altri.

Mi reco da Ribaudo, tabaccheria famosa a Palermo poichè costituita da interessanti chioschetti in stile Liberty, disseminati in più punti del centro storico. Lì una ragazza appariscente mi pone la domanda fatidica:
“Scusa, posso chiederti se sei un fumatore?”

La frase sembra essere stata piazzata lì con diabolico tempismo quasi a volermi subito scoraggiare dall’acquisto.
Rispondo con un debole “si” giusto per evitare di fare malafiura e tagliare corto sulla mia posizione riguardo il fumo.

Superato il piccolo questionario a scopo puramente statistico mi dirigo verso casa con la coscienza gia zozza e non curante dell’orario apro subito il pacchetto di drum, sfilo una cartina, esco un filtrino e parto con la procedura di rolling.

Dopo aver ottenuto un risultato mediocre ma soddisfacente mi preparo ad accendere.

Due boccate. Ora tre, ora quattro.
“Cara nonna, sono in debito di 50 euro”.

Esistono quei momenti dove tu parli ad alta voce restando fermamente convinto di recitare una parte.
Non ho mai parlato al cielo rivolto verso un angelo custode, poichè sinceramente non ci ho creduto/voluto credere fino in fondo.
Eppure in quell’istante io mi rivolgo alla persona con cui anni addietro avevo siglato una scommessa, ancora riecheggiante nelle mie orecchie.
C’è da dire anche che la scommessa era di fatto persa da tempo. La prima sigaretta la fumai a scrocco un annetto prima. E se torniamo indietro ai tempi del liceo i sigari sono stati la prima amara tentazione.

Comprare drum fu per me il grande passo. La inesistente linea di confine che secondo me divide il fumatore occasionale da quello regolare.

Ma proseguiamo con ordine. Anzi no. Veniamo ad ora.

Quel pacchetto di drum è ora sepolto in un sacchetto dell’immondizia.
Ci sono voluti un paio di minuti per decidere, complice il gusto sempre più amaro in bocca dell’ultima.
Le prime impressioni, anche esse amare, sono state:
-Cazzo. E’ costato 7 euro quel pacchetto.
-Ora sono sicuro che lo riesumo dalla spazzatura.
-Da domani comincierò ad uscire pazzo.

Per questo scrivo. Ammazzo il tempo e mi concedo un attimo di sfogo, che altrimenti la mente non avrebbe durante il sonno.
Frutto della noia, quel pacchetto simboleggia la mia voglia di qualcosa di nuovo, di fresco, di pungente e perchè no anche malizioso.
Ora che si trova in pattumiera mi rendo conto di aver afferrato farfalle invisibili.
La notizia peggiore inoltre sarà la consapevolezza di poterci ricascare, annullando di fatto il gesto di stanotte, e facendo pesare ancora di più i 7 euro.

Eppure anche adesso sto recitando una parte. Me ne sto quasi convincendo. La presa di posizione in maniera istrionica potrà davvero servire a qualcosa? Chissà.

Ok… ora qual è il prossimo vizio?