Il Demone Razionale

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– Ehi? Sù! Sveglia! Parliamo un po’.

Argh! Chi sei??

[Nel tentativo di raffigurare il personaggio piombato dal nulla accanto al mio letto in un modo congeniale al lettore, sfrutterò le sembianze di Matthew Mcconaughey nei panni di “Rustin Chole” in True Detective]

– Ciao! Sono Rust. Piacere.
– Oddio. Ma io ti conosco?
– Si ma non ti preoccupare. Mi hai visto in un telefilm. Ho solo l’aspetto di un attore famoso. Mi intrigava e l’ho scelto.
– Sei la morte per caso?
– Ahahah. No! La morte, se non sbaglio, aveva scelto Brad Pitt per fare una cosa simile. Mi pare.
– Ah.
– Già. Comunque, Io sono un demone. O almeno credo. Ho pensato fosse opportuno utilizzare il termine Demone perché la sua definizione, in rapporto a ciò che rappresenta nella vostra tradizione culturale, è quella che più rispecchia la mia essenza.
In particolare, ho la funzione di rendere il mondo un posto estremamente opprimente solo ai tuoi occhi, soltanto in un momento specifico, soltanto in alcune giornate. 
– Immagino che oggi sia una giornata di quelle.
– Esatto.
– E come mai non ti ho mai visto prima?
– In realtà mi conosci da molto tempo. Hai presente quella sensazione di terribile nervosismo e disgusto che ti pervade quando ti svegli di pomeriggio o nel mezzo della notte e fuori fa buio?
– Si… penso di capire.
– Bene. Sono io! Puoi continuare a chiamarmi Rust.
– Fammi capire bene. Sei la rappresentazione fisica di una mia sensazione?
– Mi stai chiedendo se sono generato dalla tua mente? No. Io esisto a prescindere dalla tua esistenza e coscienza. E non sei neanche l’unico in grado di vedermi. Il genere umano è capace di osservarmi solo in particolari condizioni psico-fisiche. Nel tuo caso, sei in grado di avvertirmi soltanto quando ti svegli in una stanza buia ad un orario insolito.
– Non è per nulla un piacere conoscerti, sappilo.
– Mi nutro del tuo senso di smarrimento, non di certo della tua approvazione.
Cosa vuoi da me?
– Anche noi demoni ci annoiamo. Ho scelto quindi di parlarti.

– Sei venuto a tormentarmi durante la notte di Capodanno? Per quale motivo? Hai intenzione di tormentarmi per il resto della mia vita?
– Cosa sarebbe la “notte di Capodanno“?
– Oh. Beh sarebbe oggi! La notte in cui un anno finisce e ne comincia uno nuovo.
– Ah già. Quelle robe che usate voi umani per misurare il tempo. Gli anni! Sinceramente non ho idea di “quando” siamo e non credo che il “quando” sia così importante. Il tempo per me è un unicum. Scorre in modo continuo senza cicli, senza ricorrenze, senza attesa. E’ un rumore costante e immutato che non presenta singolarità.
– E allora perché sei qui?
– Perché tu ti sei addormentato nel bel mezzo del tuo pomeriggio. Ti sei risvegliato in modo disarmonico e mi hai incontrato.
Stessa storia di sempre. Ti senti smarrito, spaesato, confuso e piuttosto irritato. Non hai consapevolezza di che ora sia, di dove ti trovi e di cosa sia successo mentre dormivi profondamente. Non hai idea di che fine abbiano fatto i tuoi conoscenti. Non sai se qualcuno ti cerchi. Se qualcuno sia in pericolo. Se TU sia in pericolo. Non ricordi gli appuntamenti che hai fissato. Non ricordi se dovevi fare o meno qualcosa. Sei caduto temporaneamente in uno stallo temporale e spaziale dove non riconosci niente e nessuno. Sei scettico anche nei confronti della vita stessa. Dubiti di ciò che vedi e senti. Confondi il sogno e la realtà.
Di tutto questo io mi alimento. E ne traggo estremo godimento. Avverto la tua paura. La tua rabbia. La tua solitudine. Sento il tuo respiro affannoso e i tuoi occhi guizzanti.
Ingoio la tua tristezza.

– Capisco. Voglio che tu sparisca immediatamente. La tua presenza mi sconvolge. Io non ti desidero. Mi aggrapperò a qualsiasi scorcio di realtà e razionalità che trovo. Non potrai stare quì per sempre.
– E’ vero. Non starò quì per sempre. Io sono profondamente legato alla tua emotività. Se quest’ultima lascia il posto alla ragione, io smetterò di essere visibile ai tuoi occhi.
– E allora sparisci! Sono di nuovo razionale. So che ora è. So dove sono. So cosa ho fatto prima di addormentarmi e so cosa devo fare adesso che sono sveglio. Prenderò il cellulare e mi ricollegherò con la realtà. Mi alzerò e capirò dove sono tutti gli altri, cosa stanno facendo e realizzerò quanto tu sia inutile e meschino.
– Con calma! Friedrich! Non ti ubriacare di razionalità troppo presto e troppo a lungo.
– Chi sarebbe Friedrich?
– “Tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale“.
– Friedrich Hegel?
– Gran personaggio, lui.
– Preferisco Kant.
– Stolto! Te lo ripeto: Non ti ubriacare di razionalità! Non rimanere impantanato nel “fenomeno” in cui speri di trovare riparo. La ragione è una prigione. Con la ragione non puoi vedermi ma non significa che io scompaia.
Io ci sarò sempre, a testimoniare che il mondo non può essere governato dalle tue rigide leggi morali, razionali e scientifiche. Io sono la tua fuga dalla realtà. Tu hai bisogno di me tanto quanto Io ho bisogno di te.

– Sai… non mi stupisco che tu abbia scelto di reincarnarti in Rust Chole. Egli é un nichilista ossessionato dall’idea che nella vita nulla abbia senso. Per lui la vita è una illusione costante a cui tutti noi siamo incatenati.
– Hai afferrato il concetto.
– Questo, tuttavia, presuppone una capacità unica e esclusiva dell’uomo. La coscienza di sé. Rust pensa tutto questo perché è in grado di farlo. Egli si accetta nel ruolo di Uomo capace di comprendere tutto questo.
E siccome tu hai scelto di materializzarti in forma di Rust Chole, anche tu sei uomo.. Sei ora quì in forma fisica davanti a me.
Hai capacità di pensiero. Hai coscienza di te.
– E quindi?
– E quindi sei razionale. Obbedisci alle mie regole, adesso.
– Non credo che la cosa funzioni in questo modo. Ahah!
– Io credo di si… invece. Sai cosa sto facendo adesso?
– Non stai facendo niente. Stai solo parlando con me.
– Sbagliato. Io sto scrivendo.
Cosa? No! Io ti vedo. Sei qui. Disteso sul tuo letto!
– In questo momento sono davanti al PC e tutto quello che ci siamo detti è in forma scritta, davanti a me. Lettere nere digitali su sfondo bianco.

– Non può essere.
– Ti ho appena razionalizzato. Questa scena, tu e io, il letto e perfino il tuo volto da premio Oscar sono solo mie costruzioni mentali. Sei incastrato in queste pagine, adesso.
– Maledetto bastardo. Cancella tutto subito!
– Nah. Ora cliccherò su “publish”. Sarai il mio ultimo post del 2015. Prima di scrivere la conclusione che meriti, Salutami Carcosa.

Cosa provi nell’essere confezionato all’interno di una data ben precisa senza nessun apparente significato?

[Nota dell’autore: Ogni tanto il PC saltella cercando di cadere dalla scrivania. Non so se sia Rust che cerca di fuggire o un bug di Windows 10.]

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Jessica Jones è una bonazza

– Mi passi il telecomando?
– Ascolta… mi dici un po’ che hai?
– Niente…! Perché?
– Non ti ho mai visto così!

– Così come…?
– Sei vecchio!
– …
– Comunque è accanto a te.
– Ho 25 anni.
– Il telecomando, dico.
– Uh, ok.
– Non sei “vecchio”. Diciamo che ti senti vecchio.
– Non mi sento vecchio! Casomai mi danno del vecchio…
– E tu te lo fai dire?
– Non posso mica zittire qualcuno prima che lo dica! Capita ogni tanto che mi facciano la battuta e io rispondo…
– …Che hai 25 anni.
– Ecco.
– E scommetto che tutti ribattono dicendoti “diciamo che ti senti vecchio”.
– Non dicono tutti quello che dici tu!
– Ah no? E che dicono?
– Mi fai vedere Jessica Jones per favore?
– Rispondi!
– Dicono che sono vecchio perché faccio discorsi da vecchio.
– E’ vero.
– Ma io faccio gli stessi discorsi da sempre!
– No, ti sbagli. Non fai sempre gli stessi discorsi! Quello sarebbe da vecchi.
– Ok.
– Quello che fai è difenderti dal giudizio degli altri. Li allontani con la tua retorica. La tua pretesa di sapere qualcosa in più di loro.
– Non credo proprio di sapere di più rispetto agli altri! Anzi, ogni tanto mi sento piuttosto inadeguato! Come se fossi io quello che ne sa di meno.
– Capisco. Vuoi sapere come la penso io?
– Sentiamo.
-Tu ti senti vecchio perché hai dimenticato cosa gli altri provano nell’averti accanto.

– E questo che cazzo vuole significare?
– …Ma è quella bonazza che ha fatto Breaking Bad?
– Si.
– Alza un po’!

Dialoghi della notte e del tempo

1

– Mio amico Schlaf, Avvicinati…
Ricordi questo fiore? Ricordi il suono che faceva quando il vento lo sfiorava?
C’è una distesa infinita di questi nel campo appena dietro il grande edificio. E’ lo stesso campo su cui correvamo beati e spensierati al tempo delle LiebenMesse di Ottobre.
Non ti va?
Posso capire che non apprezzi il grigio gigantesco palazzo che siamo costretti a superare prima di poter scorgere il prato, ma ne vale davvero la pena!
Come dici?
Ci sei già stato? E questo cosa significa? Non puoi ritornarci? Con me?
Non ti rendi conto che il prato dove sei sdraiato adesso non ha niente di paragonabile al prato situato alle spalle del tetro edificio?
Dici che mi sbaglio? Dimostramelo.
Ti stai allontanando. E’ da tanto che lo fai! Sembra anzi che la tua non sia più una fuga quanto semmai un ricerca.
Ma dove puoi ritrovare quei magnifici fiori se non nel posto dove già li hai visti e vissuti?
Capisco… intendi “trovare” dei fiori, non “ritrovare quei fiori”.
Ma allora io ti chiedo, se ci fosse qualche fiore che ancora non hai apprezzato e conosciuto, situato nel magnifico campo dietro il mesto edificio, quanto grande sarebbe il rimpianto di non poterli vedere?

– E’ proprio ciò di cui sono alla ricerca. mio amico Echo.
Non faccio altro che pensare a quei fiori. Non quei fiori belli ed eterni che son riuscito a sfiorare, bensì quelli ancor più belli e di cui ho solamente il ricordo di un’idea.
Non li andrò a cercare nel vecchio prato antistante il maledetto edificio, bensì li troverò nella direzione del mio nuovo cammino.
Se son belli quanto quelli che son riuscito a sognare, saprò apprezzare ancor di più i vecchi fiori conosciuti dietro il tremendo palazzo.

– Come è possibile, caro il mio Schlaf, apprezzare più di prima qualcosa cosi lontana da te?

– Nulla di ciò che sta alle spalle del terrificante edificio è lontano. Essi sono splendidi e perfetti nella mia mente. L’edificio è crollato e io non guardo nella sua direzione.
Caro Echo, io coglierò quei fiori che non ho mai visto. Nel vecchio prato eran nascosti, ma so per certo che se sono i fiori giusti, io me li troverò davanti un’altra volta.
Il rimpianto sembra proprio un agghiacciante palazzo, non trovi?
Tuttavia Il rimpianto per me non esiste, perchè credo che la nostra Erd sia tonda.

Ciò che Echo e Schlaf ignoravano era il fatto che la loro Erd era sì tonda ma anche capace di ruotare in ogni direzione.

Schlaf potrebbe aver tenuto in mano gli stessi fiori di prima ed esser convinto che fossero nuovi e diversi.
Echo, tutto questo, lo sperava.

 

2

 

– Sai, Echo, penso che dalla tristezza non ne usciremo mai! Quando raggiungiamo la felicità essa non è mai definitiva. E’ tutto un costante dualismo tra giorni buoni e giorni cattivi.
– Schlaf, strano che tu non riesca a coglierlo: è proprio questo che ci permette di apprezzare quelli buoni e di rispettare quelli cattivi. I primi ci gratificano, i secondi ci fortificano.

– Echo, tu sei un’ottimista!
– Non c’entra nulla l’ottimismo… E’ statistica!

 

3

 

– Schlaf, ti sei mai chiesto come è possibile che il cielo notturno sia buio nonostante l’infinità di stelle presenti nell’universo?
– Sì… E non avrei dovuto.

Teoria dei Giochi – La battaglia dei sessi

Gioco n. 3

Una coppia, Andrea e Robin, desidera incontrarsi stasera fuori per assistere ad un concerto di musica classica: Tuttavia, Andrea vorrebbe andare al concerto di Stravinskij mentre Robin al concerto di Bach.
Il caso vuole che non abbiano possibilità di comunicare tra loro e che non abbiano concordato prima in quale dei due concerti incontrarsi.

Posto che:
– Si può scegliere di andare o al concerto che ci piace di più o al concerto che piace di più al nostro partner.
– Assistere al concerto che ci piace di più insieme al partner è il massimo della gratificazione.
– Assistere all’altro concerto in compagnia del partner è comunque una gratificazione maggiore rispetto che assistere al proprio favorito da soli.
– La scelta altruista (ovvero andare al concerto preferito dall’altro partner) è anch’essa minimamente gratificante.

Cosa scegliereste voi? Perché?

Nota bene: Non dovete scegliere Bach o Stravinskij, i gusti musicali c’entrano poco qui. La scelta è tra “Vado al concerto che mi piace VS Vado al concerto che piace al mio partner”

 

Cosa è il gioco n. 3

“Altruismo, egoismo e Compromesso”

La divertente crisi coniugale raccontata nel gioco 3 è chiamata “Battaglia dei sessi”.
La scelta dei nomi unisex è stata voluta da me proprio per evitare alcuni pesanti ripercussioni che l’utilizzo di termini come “uomo” e “donna” e la loro stereotipizzazione e immedesimazione possono avere anche nella mente del soggetto più razionale di tutti. Il gioco originale infatti prevede un uomo e una donna che devono decidere tra football e balletto o tra carne e pesce (eh beh…).

Considerato che alcuni aspetti del gioco mi hanno parecchio affascinato, ci terrei stavolta ad affrontare il problema in modo sia razionale che emotivo.

“L’altruismo”
Se A. e R. si ritrovano assieme al concerto di Bach oppure a quello di Stravinskij raggiungono due equilibri dove entrambi riescono a stare comunque in compagnia durante la serata.
Entrambi i casi rappresentano infatti lo scenario migliore per la coppia (si raggiunge l’ottimo).
Tuttavia, questi equilibri hanno la particolarità di essere “ingiusti“. Infatti in entrambi i casi una persona ha una ricompensa maggiore dell’altra…
Volendo mettere in pausa la fredda logica per un secondo e facendo un discorso romantico, ritengo che questa ingiustizia è ciò che subiamo ogni qualvolta compiamo una scelta altruista, nonché quando la riceviamo. Ci sentiamo in credito, infatti, quando facciamo un favore a qualcuno e in debito quando qualcuno ci fa un favore.

“L’egoismo”
La scelta egoista è stata calcolata su base statistica:
In questo gioco esiste infatti un terzo equilibrio (che i matematici chiamano equilibrio a strategia mista): questo equilibrio tiene conto della probabilità con cui sia Andrea che Robin scelgano il proprio concerto piuttosto che quello del partner.
Questo calcolo della probabilità, stenterete a crederci, è stato eseguito non su delle interviste a campione di gente reale bensì sui grafici usati in teoria dei giochi: è quindi matematicamente dimostrabile e dimostrato.
La probabilità che un membro della coppia scelga il proprio concerto è di 3/5. Chi ha dunque scelto di andare al proprio concerto non ha solamente ragionato in termini egoistici, ma anche in termini statistici.

“Il Compromesso”
Volendo speculare sulle soluzioni al gioco più di quanto facciano già gli studiosi della teoria dei giochi, ci rendiamo conto di avere davanti a noi tante varianti.
Ci sono infatti tantissime considerazioni da fare sui valori che diamo alla ricompensa (che in gergo si chiama “payoff”).
Potremmo pensare infatti che guardare la partita preferita da soli sia un payoff maggiore rispetto che guardare quella del partner da soli.
Potremmo pensare l’esatto contrario.
Potremmo pensare, infine, che la quantità di payoff sia la stessa, nonostante emotivamente differente.
La vera vittoria al gioco della battaglia dei sessi, e qui ci stacchiamo di nuovo dalla rigidità matematica, è rappresentata dal compromesso.
Un compromesso che facciamo con l’altro (il partner) ma soprattutto un compromesso che facciamo con noi stessi e con quello che consideriamo più prezioso e/o vantaggioso.
Evidentemente la logica e la razionalità non ci aiutano a trovare le soluzioni in modo semplice. Certamente, d’altra parte, ci aiutano a capire meglio i problemi che abbiamo di fronte.
Comprendere a fondo un problema è quindi il primo passo per affrontarlo.
Ma non è finita qui…!
Se terminassi adesso la mia analisi del gioco mi sentirei incompleto.
Alcuni studiosi, i più furbi probabilmente, hanno tagliato la testa al toro e proposto di inserire un “device comune di randomizzazione osservabile”.
Cosa sarebbe? Beh… la moneta!
Una moneta dove con testa si indica “Bach” e con croce “Stravinskij”.
Si lancia e si lascia decidere la coppia sulla base del risultato della moneta.
Essi sarebbero sempre liberi di fare ciò che vogliono -cioè scegliere se seguire la moneta o meno- però forse verrebbero facilitati sulle decisioni “difficili”.

 

LINK UTILI:

https://en.wikipedia.org/wiki/Battle_of_the_sexes_(game_theory)

https://en.wikipedia.org/wiki/Strategy_(game_theory)#Mixed_strategy

http://www.egwald.ca/operationsresearch/cooperative.php

http://people.unipmn.it/fragnelli/dispense/TdGB.PDF

Teoria dei Giochi – la Cooperazione

Gioco n. 2

Due cacciatori stanno seguendo le tracce di un grosso cervo. Se entrambi cooperano, possono uccidere il cervo e quindi mangiare. Altrimenti, il cervo riesce a fuggire lasciandoli digiuni.
In alternativa ogni cacciatore, separatamente, ha possibilità di cacciare una lepre tutto da solo e quindi mangiare.

Considerate che:
– La carne di cervo, anche se divisa in due, è una ricompensa più alta rispetto a quella della lepre.
– Per poter cacciare il cervo, entrambi devono decidere di cacciarlo.
– Un cacciatore non può orientare la propria scelta su ciò che fa l’altro; ognuno sceglie la sua strategia in modo indipendente.
– Se un cacciatore sceglie di cacciare il cervo e si ritrova da solo, rimarrà digiuno (non potrà ripiegare sulla lepre).

Cosa scegliereste di cacciare, se foste uno dei cacciatori? Perché?

 

Cosa è il gioco n. 2

“Fiducia, Utilità e cooperazione”

La caccia al cervo fu proposta per la prima volta da Jean-Jacques Rousseau nel suo libro “Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini”.
Il gioco proposto qualche giorno fa è una versione strutturata in modo schematico e semplificato proprio per essere risolto attraverso le regole della teoria dei giochi.

L’utilità, o all’inglese “payoff”, rappresenta la misura della felicità o della soddisfazione individuale. Nel caso della Caccia al cervo la carne di Cervo ha un payoff decisamente più alto della carne di lepre.

La cooperazione, secondo una moderna definizione, rappresenta il processo di gruppi o organismi che agiscono per il loro mutuo beneficio. Nel caso della caccia al cervo i due cacciatori, in cooperazione, sono in grado di acciuffare il cervo, che rappresenta per loro il massimo payoff.

La fiducia, invece, è un gran casino. Si, esatto.
Ogni definizione di fiducia, in giochi come questo, può apparire incompleta o almeno discutibile. La fiducia interpersonale (ovvero quella che si verifica tra i due cacciatori/giocatori) è un fenomeno descritto in sociologia e non assimilabile in processi matematici. Essa è un’aspettativa ottimistica maturata in condizioni di incertezza.

Al cacciatore (e a noi che cerchiamo di risolvere il gioco) viene complicato fidarsi dell’altro, poiché consci delle caratteristiche istintuali e irrazionali e egoistiche che caratterizzano l’uomo stesso.
Per questo motivo coesistono, nello stesso gioco, due equilibri (sempre quelli di Nash).

Il primo equilibrio è LEPRE-LEPRE. Entrambi i cacciatori raggiungono un payoff, sebbene non sia il massimo ottenibile, dovuto proprio all’incertezza della scelta dell’altro.
Il secondo equilibrio è CERVO-CERVO. Entrambi i cacciatori raggiungono un payoff e in questo caso coincide con l’Ottimo Paretiano (di cui abbiamo parlato nel 1° gioco).

Dal punto di vista squisitamente razionale è corretta la scelta di cooperazione (CERVO-CERVO).

La scelta che porta al massimo beneficio, infatti, deriva dalla adeguata capacità razionale di entrambi i cacciatori. Se pensiamo che l’altro cacciatore disponga della nostra stessa capacità razionale, arriverà alla stessa nostra decisione di cacciare il cervo. In un contesto ideale dove entrambi ragionano allo stesso modo, questo è l’equilibrio che per forza è raggiunto. Se vogliamo giocare con le parole e il loro significato, direi che essere razionali ci permette di fidarci l’un l’altro.

Ora direte voi: bello sì, ma irrealizzabile in natura!
E invece no.
Modelli di cooperazione riconducibili a questo modello sono stati infatti studiati in biologia nei protisti e nei gruppi di orche in caccia (il cosiddetto Carousel Feeding).

E per gli uomini? Beh è complicato. Certamente, in molti aspetti delle relazioni sociali, emerge il nostro essere irrazionali, emotivi e soggettivi. La soggettività e l’incertezza son capaci perfino di distorcere la percezione che si ha del beneficio stesso, per quanto oggettivo.

 

Link Utili:

https://en.wikipedia.org/wiki/Stag_hunt

https://it.wikipedia.org/wiki/Discorso_sull%27origine_e_i_fondamenti_della_diseguaglianza_tra_gli_uomini

Teoria dei giochi

Gioco n. 1

The Operational and Management Dilemma

Due malviventi vengono arrestati per alcuni crimini (che hanno ovviamente commesso).
Essi vengono portati ognuno in una stanza.
Essi non hanno possibilità di comunicare tra loro.
Ad ognuno di essi viene fatta la seguente proposta:

“Se confessi e l’altro non confessa, tu ti becchi 0 anni e l’altro 7.
Se confessi e l’altro confessa, vi beccate entrambi 6 anni.
Se non confessi e l’altro non confessa, vi beccate entrambi 1 anno.
Se non confessi e l’altro confessa, tu ti becchi 7 anni e l’altro 0 anni.”

Cosa sceglieresti, se tu fossi uno dei prigionieri? Perché?

 

Cosa è il gioco n. 1

“Equilibrio, Ottimo e Strategia”
Per comprendere meglio il simpatico giochetto occorre inanzitutto capire alcune cose.

La strategia, in un gioco, è la direzione che il giocatore intende prendere.
Nel caso dei prigionieri, le due strategie erano “Confessa” e “Non confessa“. Le strategie, messe a paragone, sembrebbero equivalenti (della serie: una vale l’altra).
In realtà non è cosi, poiché la strategia “non confessa” è meno vantaggiosa per il singolo giocatore rispetto a quella del “confessa” (si dice in questo caso che una strategia domina sull’altra).

L’equilibrio di Nash (Si, proprio John Nash) è quella situazione in cui tutte le strategie dominanti dei giocatori raggiungono l’equilibrio. In caso di equilibrio, infatti, non conviene mai cambiare strategia per raggiungere un risultato migliore, a meno che non lo facciano anche gli altri (e perdendo così l’equilibrio).
Nel caso dei prigionieri, togliendo la strategia dominata (non confessa), risulta che l’equilibrio di Nash è “CONFESSA-CONFESSA” (6 anni di carcere l’uno).

L’ottimo Paretiano (teorizzato da Vilfredo Pareto) rappresenta la condizione a più alto vantaggio per tutti.
Nel caso dei prigionieri, l’ottimo è raggiunto quando “NON CONFESSA-NON CONFESSA” (1 anno di carcere l’uno).

Il fatto che l’Ottimo e l’equilibrio NON coincidano in questo gioco è ciò che ha affascinato gli studiosi per decenni.
Non esiste infatti una soluzione perfettamente logica che porti il massimo vantaggio per tutti. Esiste solo una soluzione che può portare un minimo vantaggio per tutti solo se adottata da tutti i giocatori. Il classico “minore dei due mali”.

Il dilemma del prigioniero trova parecchie analogie con la corsa agli armamenti di Russia e Stati Uniti durante la guerra fredda.
Nonostante il disarmo di entrambi fosse la soluzione in assoluto migliore (DISARMA-DISARMA), l’unica equilibrio raggiunto è consistito nell’ aumentare entrambi gli armamenti (ARMA-ARMA).

L’applicazione di queste teorie dei giochi alle vicende umane merita senza dubbio di essere approfondito. Non è l’unico gioco, come avrete potuto intuire, che intendo proporvi.

 

Link Utili:

http://en.wikipedia.org/wiki/Prisoner%27s_dilemma

http://en.wikipedia.org/wiki/Game_theory

My Own Life – Oliver Sacks e la scoperta di avere un cancro terminale

Premessa: Il testo sotto riportato è una traduzione in italiano di un articolo apparso sul New York Times giorno 19/02/2015.
Potete visualizzare l’originale in inglese qui.
L’autore dell’articolo è lo stesso Sacks, che ammiro e ringrazio per le bellissime parole.
Ho pensato potesse risultare interessante anche per gli italiani non anglofoni.
Perdonatemi per eventuali errori di traduzione, non sono un traduttore professionista. Se notate imperfezioni sarò lieto di ricevere i vostri commenti qualora vogliate.

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Un mese fa, sentivo di essere in buona, perfino ottima salute. All’età di 81 anni, percorro ancora un miglio a nuoto ogni giorno.
Tuttavia, la mia fortuna è terminata – qualche settimana fa ho scoperto di avere metastasi multiple al fegato.
Nove anni fa scoprii di avere un raro tumore dell’occhio, un melanoma oculare. Anche se le radiazioni e la terapia laser per rimuovere il tumore alla fine mi abbiano reso cieco da un occhio, la possibilità che questo tipo di tumore metastatizzi è limitata a pochi e rari casi. Io faccio parte di quello sfortunato 2 per cento.

Mi sento riconoscente per aver lavorato 9 anni in buona salute fin dal giorno della prima diagnosi, ma ora mi ritrovo faccia a faccia con la morte. Il cancro occupa un terzo del mio fegato, e nonostante la sua crescita possa essere rallentata, questo particolare tipo di cancro non può essere fermato.

E’ arrivato il momento per me di scegliere come vivere i mesi che mi rimangono. Dovrò vivere nel più ricco, profondo e produttivo dei modi possibile. Per fare ciò mi sento incoraggiato dalle parole di uno dei miei filosofi preferiti, David Hume, che ha scritto, dopo aver scoperto di essere fatalmente malato all’età di 65 anni, una piccola autobiografia in un sol giorno nell’aprile del 1776. La intitolò “My Own Life” (La mia stessa vita).

“Faccio ora i conti con una rapida dissoluzione” ha scritto. “Ho sofferto molto poco per la mia malattia; E ciò che è più strano, nonostante il gran declino della mia persona, non ho mai sofferto per un momento l’abbattimento del mio spirito. Posseggo lo stesso ardore di sempre nello studio, la stessa allegria nella compagnia.”

Sono stato abbastanza fortunato nel vivere oltre gli ottant’anni, e i 15 anni in più rispetto a Hume li ho trascorsi con eguale ricchezza in amore e nel lavoro. (…and the 15 years allotted to me beyond Hume’s three score and five have been equally rich in work and love).

Durante questo tempo, ho pubblicato 5 libri e completato un’autobiografia (decisamente più lunga delle poche pagine di Hume) che sarà pubblicata in primavera; Ho altri numerosi libri quasi giunti al termine.

Continua Hume, “Io sono… un uomo dal carattere mite, dotato di tempra e controllo, di humor socievole, aperto e allegro, capace di provare affetto, anche se leggermente soggetto a ostilità, e dotato di grandi capacità di moderazione in tutto ciò di cui mi appassiono”.

Qui mi distacco da Hume. Nonostante io abbia vissuto relazioni e amicizie adorabili senza nessuna vera ostilità, non posso affermare (o permettere a chiunque mi conosca di farlo) di essere un uomo dal carattere mite. Al contrario, sono un uomo dal carattere impetuoso, con violento entusiasmo e estrema mancanza di moderazione in tutte le mie passioni.

E ancora, c’è una frase, sempre tratta dalle parole di Hume, squisitamente vera che mi colpisce: “E’ difficile” disse, “riuscire a rimanere distaccato nei confronti della vita più di quanto lo sia adesso”.

Nel corso degli ultimi giorni, Ho avuto la possibilità di vedere la mia vita dall’alto, come una sorta di paesaggio lontano, avvertendo un profondo senso di legame con ognuno dei suoi aspetti. Questo non significa che ho finito di vivere.

Al contrario, mi sento intensamente vivo, e voglio e spero di approfondire le mie amicizie nel tempo che mi rimane, di dire addio a tutti coloro che amo, di scrivere ancora, di viaggiare se ne ho la forza, di raggiungere ulteriori livelli di consapevolezza e conoscenza.

Questo confluirà nell’audacia, nella chiarezza e schiettezza del parlare; cercando di tirare le somme con il mondo. Ma ci sarà anche tempo per il divertimento (e anche qualche stupidaggine).

Avverto improvvisamente lucidità e una chiara prospettiva. Non c’è tempo per nulla che sia inessenziale. Devo focalizzarmi su me stesso, il mio lavoro e i miei amici. Non leggerò più il “NewsHour” ogni notte. Non presterò più attenzione ai politici o ai dibattiti riguardo il riscaldamento globale.

Non si tratta di indifferenza bensì di distacco – Mi interessano ancora profondamente la questione del Medio Oriente, il riscaldamento globale, le ineguaglianze, ma queste cose non mi riguardano più; appartengono al futuro. Gioisco quando incontro giovani talentuosi – compresi quelli che mi hanno fatto la biopsia e diagnosticato le metastasi. Sento che il futuro è in buone mani.

Sono stato sempre più consapevole, negli ultimi dieci anni almeno, della morte dei miei contemporanei. La mia generazione è quasi giunta al termine, e ho avvertito ogni morte come uno strappo, una porzione di me stesso che se ne andava. Non ci sarà nessuno come noi quando smetteremo di esistere, e di fatto non ci sarà mai qualcuno uguale a qualcun altro. Quando le persone muoiono, non possono essere sostituite. Esse lasciano buchi che non possono essere riempiti, per via del destino – genetico e neurale destino – di ogni essere umano di essere un individuo unico, che trova la propria strada, che vive la sua stessa vita, che affronta la sua stessa e personale morte.

Non posso fare finta di non aver paura. Ma il mio sentimento predominante è la gratitudine. Ho amato e sono stato amato; Ho dato e mi è stato dato qualcosa; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Ho avuto un rapporto col mondo, quel speciale rapporto che hanno gli scrittori e i lettori.

Soprattutto, sono stato un essere senziente, un animale pensante in questo meraviglioso pianeta, ed è stato un enorme privilegio e una enorme avventura.

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